Il ruolo attivo della cittadinanza

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L'assistenza ai soldati al fronte, feriti o ammalati, costituisce sin dal principio della guerra una preoccupazione costante. Anche le famiglie dei richiamati sono oggetto di una forma di assistenza pecuniaria sancita già dal Regio decreto n. 620 del 13 maggio 1915 che stabilisce un soccorso giornaliero erogato dal Ministero della Guerra ai congiunti che, totalmente a carico dei militari richiamati, si trovano privati di ogni fonte di sostentamento. La gestione delle pratiche, affidata ai Comuni, dimostra che a Grosseto alcune decine di famiglie hanno accesso ai sussidi.

Anche la società civile si mobilita: sorge in città il Comitato grossetano Pro Patria, che ha lo scopo statutario di elargire anche un'assistenza ai civili a causa della guerra. Il comitato, trasversale ad ogni schieramento politico e radicato nelle istituzioni locali, si propone di dare aiuti alle aziende private ed assistenza morale ed economica alle famiglie dei richiamati.

Al Comitato femminile Pro Patria è affidata poi l'assistenza ai fanciulli, ai civili nelle comunicazioni col fronte, e sanitaria ai feriti e agli ammalati. Nel Comitato opera l'avvocato Gino Aldi Mai, presidente della Croce Rossa locale, il quale organizza corsi per infermiere volontarie a Grosseto sin dal 1914, che videro un costante afflusso di iscritte durante tutta la durata della guerra.

Prende parte al IX corso regolare della scuola Allieve Infermiere Volontarie della CRI di Firenze (dicembre 1915-aprile 1916) Maria Jacometti, nata a Batignano nel 1885, morta a Firenze nel 1917 dopo essersi gravemente ammalata prestando la sua opera al fronte. Sepolta al cimitero di Trespiano, Maria Jacometti è ricordata nel paese natale, Batignano, in una lapide nella cappella intitolata “Ai caduti per la patria” e nel 2009 le è stata intitolata una via.

Intanto a Grosseto viene istituito dapprima un pronto soccorso alla stazione ferroviaria destinato alla prima cura di feriti o malati e dal 1917 si organizza un Ospedale Militare in città.

A partire dal 1917, dopo la disastrosa rotta di Caporetto, giungono a Grosseto più di un migliaio di profughi dalle zone di guerra. Un censimento redatto nell'ottobre 1918 e nelle settimane successive all'armistizio, ne conta ben 1513: molti per una piccola città di provincia come era allora il capoluogo maremmano. Un prezioso registro conservato all'Archivio di stato di Grosseto, ci permette di avere notizie di circa 170 nuclei familiari di profughi dal Friuli e dal Veneto, che ebbero alloggio nel territorio grossetano. Tante sono le donne con i bambini, anche donne sole e di tutte le estrazioni sociali. I profughi sono provvisti di aiuti e di vestiario e sono alloggiati in Via Rosellana (Scuole), presso varie case private di Grosseto, alcuni presso il Circolo Repubblicano, al Ricovero dei Vecchi, ma anche nelle frazioni di Istia, Batignano, Alberese e nella località Pingrosso. Viene istituito un laboratorio per indumenti dove lavorano una ventina di giovani profughe, mentre altre sono impiegate al servizio alle famiglie più abbienti. Alcuni uomini diventano operai nell'agricoltura e nell'edilizia.